Giants at D’backs gara 3 (1-3): non si batte, non si vince

Posted in Resoconti on 20 aprile 2018 by Mat
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Credits: ourmidland.com

Confesso di essere stato sempre abbastanza disastroso in matematica, se si eccettuano gli anni delle elementari, probabilmente. Ma almeno le basi delle equazioni le ricordo; sono uguaglianze matematiche, per cui si fa presto ad associarle al baseball, sport in cui di numeri ne abbiamo in quantità industriale. In questo caso è presto detto, oltre che lapalissiano: se non batti, non puoi vincere le partite. Capita così che per il decimo match su diciotto realizzi meno di due punti e, a meno di sperare di vincere sempre non subendone, non porti a casa alcuna vittoria.

Il guaio è che tutti gli altri segnano normalmente, tranne noi. In tutta la Major League Baseball, solo i Royals hanno segnato quanto noi, 51 punti, ma loro hanno giocato due partite in meno. Noi siamo a 2,8 punti realizzati di media a partita, dove si va con questi numeri? Esattamente a quel paese, dove avremmo voglia di mandarli tutti, ogni volta che perdiamo in questo modo. Boston ne ha segnati 116, gli Angels, che incontreremo da stanotte, 106. Siamo su una dimensone parallela, su una realtà alternativa. Ma questo è, e dall’alto del nostro divano reale laddove sputiamo sentenze, non possiamo fare altro.

Di fatto, numeri alla mano, è quasi miracoloso averne vinte 7 su 18. Per tale impresa bisogna ringraziare il pitching che, anche se ci fa dannare l’anima, ha sempre cercato di arrabattarsi alla meglio, spesso anche riuscendoci. Ma non possiamo pretendere che i disperati che vanno a lanciare siano tutti parenti di Cy Young; è normale dover concedere qualcosa. Così per esempio il buon Blach, che stanotte probabilmente avrebbe vinto il suo match se avesse giocato con una ventina di squadre diverse dalla nostra, incassi una sconfitta che probabilmente nemmeno meritava. È così caro Ty, dal nome così breve che non dura nemmeno il tempo di farti scappare nel dugout una volta finito l’inning, devi fartene una ragione.

E quindi siamo qui a raccontare di una sconfitta, n’artra vorta. Di una sconfitta perlopiù noiosa, visto che il match ha offerto poco o niente di interessante. Vero che il qui presente blog non punta a record di visualizzazioni, ma va pur detto che leggere un recap riassuntivo di una partita così apatica richiede uno sforzo ed una costanza non comuni. Bravi voi eroi che ordunque credete ancora nella fede Giantistica, seppur in questi ultimi annetti i giocatori di arancionero vestiti stiano facendo di tutto per far scappare i propri fans, non fallendo in questa iniziativa. E bravi immodestamente pure noi (maiestatis) che non scadiamo nel turpiloquio tutte le volte che c’è da commentare prestazioni di siffatta pochezza.

Quel poco che è accaduto in questa gara 3 è presto raccontato. Giants avanti illusoriamente nel 2°, con Belt che spara il suo home run numero 101 in carriera, dopo aver battuto quello numero 100 in gara 2. Questa volta però il vantaggio, che già aveva rischiato di non reggere 24 ore prima, non regge davvero. I D’backs hanno altri 8 innng per provarci, noi invece ci fermiamo qui, non andando oltre le 5 valide complessive. Due di queste arrivano nel finale, quando prima Panik con 1 out poi Posey con 2 battono altrettanti singoli. Ma proprio Belt è l’ultimo a chiudere la fila, dato che il suo poppone viene raccolto senza problemi in zona di foul. Il match e la serie si chiudono così, mentre tra il fuoricampo e il pop-out di Belt i D’backs avevano segnato tre volte, una grazie ad un singolo vincente di Peralta che mandava a casa Mathis dopo il suo doppio, e le altre due grazie ad altrettanti fuoricampo, di Pollock (su Blach) e di Marte (su Moronta). Sconfitti, senza nemmeno pagare la tassa Goldschmidt. Amarezza.

Qualcosa di rilevante da segnalare del match? Due episodi; il primo è una collisione tra Pollock e Owings in outfield, con quest’ultimo che deve lasciare il campo, colpito proprio da Pollock-combina guai (confesso che non aspettavo altro che una situazione simile per scriverlo). Il secondo episodio è la metafora della nostra situazione attuale: nel 7° Longoria swinga con la massima forza possibile, ma sbuccia la palla che praticamente si ferma davanti al suo naso, lì a un millimetro. Longo manco corre, ovviamente, e l’eliminazione è un gioco da ragazzi. Eccoli i Giants. Ci proviamo, ma senza risultati.

E andiamo con le note negative del match:

  • Hernandez: Bochy cambia due terzi dell’outfield, premiando Blanco e Gorkys al posto di Jackson e Pence, ma non è che si migliori un granché, anzi. Gorkys resta senza valide e il suo replicante Blanco colleziona un singolo ed un walk. Visto che sono due giocatori pressoché identici, non sarebbe una cattiva mossa azzardare a lasciarne andare uno a Sacramento (per quanto non mi dispiacciano) per ritestare Slater, che per inciso a Sacramento sta battendo sui .450. Lo so, retrocedere in triplo A un giocatore con molta esperienza MLB pare sempre un’eresia per i dinosauri addetti ai lavori MLB. Ma se vogliamo invertire la tendenza bisogna prendere decisioni un filo coraggiose.
  • Crawford: siamo nella fase in cui batte poco o nulla in attesa del match da tre valide. Va così, o ce lo teniamo o ce lo teniamo.
  • Moronta: si fa infilzare da Marte. Probabilmente il suo oroscopo non prometteva bene, con i pianeti posizionati negativamente. Finora comunque è stato uno dei meno peggio dei rilievi e si vocifera possa essere il suo turno nel caso di ulteriori delusioni stricklandiane.

Note positive:

  • Blach: mai eccelso, ma mai improponibile. Gli manca qualcosina per fare il salto tra quelli veramente forti, ma l’impressione è che non sia lontano. 6 inning, altrettante hit, un paio sfortunate, 3 walk e 4 strikeout, dato su cui è sempre un po’ carente. Complessivamente positivo e se solo l’attacco fosse sano e avesse segnato tipo 8 punti, parleremmo di serata ottimale per lui.
  • Dyson: ce lo metto giusto per pietà. Lancia un inning (l’ottavo) senza mettere nessuno in base. Visti i suoi standard di questo inizio 2018, non mi stupirei se a fine match fosse andato a festeggiare nel locale più disinibito della città.

E arriviamo alla serie del weekend… oddio, dobbiamo proprio? L’idea è che prenderemo tante di quelle bastonate da ricordarcele per un po’ di settimane, ma a volte, dico a volte, i nostri sanno stupirci in positivo. Sarà questa l’occasione? Diamo intanto la notizia che finalmente avremo Mac Williamson, chiamato su al posto di Pence, che ufficialmente ha problemi ad un pollice, ma ufficiosamente sta facendo così schifo che è impossibile farlo giocare e tantomeno retrocederlo a Sacramento. Vuoi mettere che umiliazione? Pertanto andrà in DL e salirà Mac, che in triplo A ha distrutto tutto e tutti. Neanche da dire che ora inizierà a far pena, non è nemmeno quotato. Ma almeno la mossa è assolutamente doverosa, anzi, in ritardo.

Andiamo quindi ad Anaheim ad affrontare gli Angels con un Mac nel motore, per una serie di interlega che a me rimanda sempre quelle World Series 2002 in cui vinsero loro a gara 7. Per cui c’è sempre un po’ di sofferenza nel ricordo. Ma ora è passato tanto tempo e dobbiamo pensare all’attualità, anche se non c’è da stare troppo allegri. Per gara 1 avremo il ritorno di Jeff Pennellone Samardzija che andrà a sfidare Heaney in un match-up sulla carta non impossibile, ma vista la forma di Pennellone c’è da prevedere che subiremo 10 punti entro il 4° inning.

Per gara 2 la situazione si complica (come se prima fosse stata semplice) con Holland a sfidare Richards, autore di un’ottimo inizio di stagione. Gara 3 nella serata domenicale vedrà Johnny Glamour Cueto opposto a nonsisachi, per il momento. C’è la possibilità di vedere Ohtani, ma forse non da partente, sicuramente da DH. Se qualcuno mi chiede cosa penso di Ohtani potrei dire che è l’uomo che si avvicina di più a Gesù, vista la sua onnipotenza baseballistica. Pertanto mi piacerebbe vederlo lanciare contro di noi, per vedere l’effetto che fa.

Vediamo di non fare figuracce, almeno quello. Il blog potrebbe prendersi la pausa nel weekend per tornare lunedì, in teoria. Non temere, Pennellone, non ci dimenticheremo di parlare di te.

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Giants at D’backs gara 2 (4-3): Longoria + Belt + infarti, la vittoria è servita

Posted in Resoconti on 19 aprile 2018 by Mat
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Credits: nbcsports.com

Gente tosta, noi Giants. Gente che da anni sperimenta sulla propria pelle il significato della sofferenza sportiva, trasfigurando il proprio volto a seconda delle emozioni vissute. Gente che ormai ha il cuore forte ma che non smette di procurare ad esso battiti a velocità forsennata. E così ecco noi tifosi che al mattino ci presentiamo in ufficio con il viso scavato, che può essere scambiato per problemi molto più seri, ma che invece rappresentano semplicemente le vicissitudini del tifoso Giants.

Ma è arrivata una W! Serve altro? No, volevamo esattamente questo, e poco importa se per farlo abbiamo dovuto scalare l’Everest con una mano sola, senza bombole d’ossigeno e con il mal di stomaco, l’importante è l’esito finale. E a dirla tutta le vittorie come queste sono quelle che danno le maggiori soddisfazioni, da godere fino all’ultimo, dato che probabilmente serviranno a poco nell’economia del nostro campionato. Ma francamente, chissene.

Il duello sul monte prevedeva il nostro Stratton contro Robbie Ray, sulla carta alla portata anche se poi solitamente il campo ci racconta un’altra storia. Invece ha bene o male rispettato i pronostici, anche se abbiamo fatto una gran fatica a battere (sai che novità) e concesso qualcosa. Ma per una volta nella vita il finale che non minacciava altro che una beffa confezionata ad hoc dai nostri rilievi, ci ha invece portato in dote la vittoria.

Ma raccontiamo un po’ come si sono svolte le fasi clou del match, prima di arrivare alle note dello stesso, che ormai rappresentano la rubrica più amata del blog, anche perché probabilmente è l’unica.

Nel 6° inning accadeva una cosa inusuale: i Giants segnavano dei punti. Un evento raro più o meno come il passaggio della cometa di Halley, dato che l’ultima traccia di marcatura risaleva al secondo inning della partita di domenica scorsa contro San Diego. Eravamo ancora nel weekend, mentre ora siamo alle porte di quello successivo. Con le dovute proporzioni il paragone con la cometa è quasi irriverente per la cometa stessa.

Chi era l’autore di questo evento eccezionale? Evan Longoria, di Downey, California. Il nostro Evan, il nostro amato Evan, il numero 10, l’uomo che con una giocata ti cambia il match, il Leo Messi dei Giants. Noi d’altronde l’abbiamo adorato fin da subito, e come sempre non ci sbagliavamo. Lui sempre efficace, sempre dentro il match, sempre decisivo. Home run da 2 punti e 2-0 Giants. Una giornata in ufficio per Evan e un bel sorriso per noi che non abbiamo dubitato nemmeno per un secondo che con la nostra maglia fosse arrivato suo fratello scarso.

Abbiamo una gran faccia tosta, sì, ma funziona così la magia del baseball e non impareremo mai a dosare i giudizi. Sta di fatto che fino all’ottavo inning Stratton veleggiava tranquillo come fosse seduto sulla poltrona di casa. Qualche inevitabile valida concessa, ma nulla di eccessivamente preoccupante. Purtroppo deve arrivare il momento in cui la benzina finisce, così il doppio di Ahmed seguito dal triplo di Dyson ad inizio inning significavano marcatura per Arizona e uomo in seconda con nessun out. Entrava Watson che pur concedendo un singolo, si metteva nelle condizioni di chiudere la ripresa facendo partire un decisivo doppio gioco. Ancora 2-1 per noi e un inning da giocare.

Nella bassa nel 9° ecco Hunterone Strickland, pronto a dimenticare l’ultima salvezza bruciata. Ma scattava il panico in casa Giants: ci si ricordava di non aver ancora pagato l’obolo Goldschmidt, che giungeva inevitabile a falciare le speranze di vittoria comoda. Doppio ad inizio inning seguito da un altro di Pollock, quasi vicino a buttarla fuori e a mandarci tutti a casa con la tristezza nel cuore. Ma era comunque 2-2, con uomo in seconda e nessun out. Il battitore successivo era Descalso, che costringeva Jackson ad una bella presa, con altro rischio walk-off, e siamo a due. Pollock comunque avanzava in terza. Avila per chiuderla con 1 out e uomo in terza, strikeout, sfangata numero 3. Dyson groundout con una bella presa di Belt che la ripassava a Strickland per chiudere l’inning. Rischio walk-off scongiurato, per la quarta volta.

Decimo inning con singolo di McCutchen e fuoricampo di Brandon Belt, 4-2! Ovviamente la fine tranquilla era solo una pia illusione, visto che veniva inviato sul monte Gearrin, a quota 4 salvezze in carriera su 15 tentativi. Quattrosuquindici. Numeri da capogiro. E infatti i D’backs non perdevano tempo: altri due doppi ad inizio inning, terzo inning di fila con due XBH per iniziarlo. 4-3 con uomo in seconda e nessun out.

Groundout su Marte, con Peralta (che tra l’altro almeno col casco indossato è il sosia di Blanco) che andava in terza con 1 out. Base intenzionale a Goldy, perché tutti sapevamo che altrimenti ci avrebbe castigato. Strikeout a Pollock per l’out numero 2 e la sfangata numero 5. Walk a Descalso e Avila come ultima occasione, a basi piene. Palla su Belt, palla a Gearrin e out. Rischio numero 6 evitato. Infarto non evitato, ma vittoria sia.

Note positive del match:

  • Stratton: iniziamo dall’inizio, ovvero dal partente. Altro ottimo match, se escludiamo l’ottavo inning a carburante terminato, ha concesso 3 valide in 7 inning, con 8 strikeout. ERA a quota 2.22, siamo ancora in small sample size ma se l’inizio è questo abbiamo trovato un signor pitcher.
  • Longoria: dabba con noi magico Longo. Home run condito da doppio, singolo e walk preso. Vabbè ma dirlo prima che ti saresti svegliato dopo tre settimane pareva brutto? Almeno ti saresti risparmiato tutti gli improperi dell’universo mondo. Ma lui è così, esce alla distanza. Continua così e inizieremo a volerti bene davvero.
  • Watson: esce dalla buca immacolato, non replicando l’ultima sfortunata uscita. Miglior rilievo ad oggi, se escludiamo Johnson che però viene (giustamente) messo in situazioni più tranquille.

Note negative:

  • Pence: 0 su 5, con 2 strikeout e media di .172. Perché gioca? Perché si chiama Pence, non c’è altra spiegazione. In difesa commette un errore fantozziano, non prendendo una palla comodissima, neanche avesse il guanto bucato. Peggio di così è veramente difficile.
  • Strickland: eh Hunterone, sei duro come il marmo ma se mi bruci le salvezze come un piromane non va affatto bene. Due salvezze ottenute ed altrettante evaporate. Vero che le alternative non esistono, ma bisogna mantenere un certo saldo positivo, perché alla lunga anche Bochy si stanca.
  • Gearrin: tra i negativi perché ci fa soffrire come disperati, anche se alla fine la sua salvezza la ottiene. Fosse successa la stessa cosa a Wilson dei tempi d’oro forse l’avremmo messo tra i positivi, perché siamo dei sentimentaloni. Ma lui pare la versione beta di Wilson, e infatti l’efficacia ne risente. Si salva perché inizia l’inning con due punti di vantaggio, altrimenti sarebbe stato uno sfacelo.

7-10 il nostro record e gara 3 in arrivo, prima di farci prendere a pallate dagli Angels, con Pennellone che salirà sul monte per gara 1. Ma ora c’è Blach contro Greinke. Si parte sfavoriti come spesso accade, ma chissà che con un altro allineamento planetario non riesca la seconda sfangata di fila.

Giants at D’backs gara 1 (0-1): ad un passo dal disonore

Posted in Resoconti on 18 aprile 2018 by Mat
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Credits: msn.com

L’altro giorno riflettevo: pensa se invece del blog dei Giants scrivessi sul blog di, che so, dei Cincinnati Reds. A parte che non so quale sia il processo mentale che porti a tifare Cincinnati Reds, ma va bene, poniamolo comunque come ipotetico. Questi hanno un record che è come il pi greco (esattamente 3 vinte e 14 perse, ad oggi) e cosa dovrei dire? Commentare una sconfitta, e poi una sconfitta, e poi una sconfitta, e poi un’altra sconfitta. Dopo venti partite che si dice ancora? Si parla di come preparare la pasta zucchine e zafferano, perché di baseball diventa pressoché impossibile dire altro, se non le stesse cose; oppure passare agli insulti senza inibizioni.

Poi rifletto un altro po’ e vedo che noi Giants siamo in una condizione simil-peggiore. Quarto stop di fila, record ancora tutto sommato guardabile (6-10) ma che dobbiamo goderci con tutto l’amore del mondo perché andrà probabilmente peggiorando in modo inesorabile, e situazione che sembra già sfuggita di mano alla data del 18 aprile, quando ci manca esattamente il 90,13% delle partite da disputare. Fortunatamente l’anno scorso non abbiamo coperto i match sul blog, perché se così fosse stato, immaginatevi a scrivere di 98 partite perse durante la stagione (sì, è stato fatto su Facebook ma lì bastano anche quattro righe).

E insomma, qui però stiamo prendendo l’andazzo che non vorremmo, e sono quasi più preoccupato di come dover gestire su queste pagine una situazione che minaccia di ricalcare il 2017, piuttosto che dei risultati in sé. Vi prego, non fatelo, comportatevi da squadra normale, se potete.

Per questa gara 1 c’è veramente poco da dire su ciò che concerne il match, uno dei più brevi della storia, con 2 ore di durata e i battitori Giants che hanno fatto realmente piangere lacrime di sangue. Il nulla cosmico al cospetto di, sì, un grande Corbin, ma noi al nulla cosmico siamo piuttosto avvezzi come già evidenziato più volte in queste prime fasi stagionali. In questi casi c’è sempre la “difficoltà” di capire dove stanno i meriti di una super prestazione di chi lancia e dove stanno i demeriti di chi batte, perché c’è sempre il rischio di esagerare nei complimenti o nelle critiche. Ma direi che a criticare i nostri difficilmente si sbaglia, e allo stesso tempo possiamo fare i complimenti a Corbin senza paura.

Il primo uomo in base l’abbiamo visto nel 4° inning, quando Panik ci è arrivato grazie ad un walk. Il secondo ed ultimo uomo l’abbiamo visto nell’8°, quando Belt, forse approfittando dello shift della difesa, check-swingava un simil-bunt che gli permetteva di arrivare salvo di un passo. Il passo che rappresenta la distanza tra il disonore e la dignità. Stavolta l’abbiamo coperto, non siamo caduti nell’”infamia” del no-hitter, ma proprio di un pelo, e non è detto che andando avanti così non possa capitarci durante la stagione. Di fatto però siamo stati perfetti con RISP questa volta, ovvero non abbiamo mai visto il cuscino di seconda base, aggirando l’ostacolo. Non c’è che dire, a noi non la si fa, siamo sgamati.

Dall’altra parte s’è visto un grande Cueto, almeno abbiamo una cosa di cui consolarci. Il suo match è durato 7 inning per 97 lanci, nei quali ne ha messi in base tre, due per altrettanti singoli e uno via hit-by-pitch. Ben 11 gli strikeout messi a segno, indice di prestazione di grandissimo livello. Col senno di poi, Bochy avrebbe potuto tenerlo su ancora, non sapendo che Watson avrebbe poi concesso l’unico punto del match. Ma appunto è il senno di poi, Watson era immacolato fino a quel momento, e per di più ha concesso un walk e un singolo grounder che è passato sfortunatamente in mezzo ai nostri infielder. Nei periodi di vacche magre la fortuna è sempre avversa, questo è ormai un assunto conclamato.

Ma al di là del punto concesso, noi avremmo battuto la terza valida del match nel ventiquattresimo inning, per cui di cosa vogliamo parlare? Se l’attacco non fa nulla, non si può vincere, a meno che qualcuno non pensi che si possa rimediare un onesto 0-0, per un punto che fa classifica e ci mette nelle condizioni di lottare per la salvezza assieme a Crotone e Spal.

Qui, ahinoi, di salvezza non ce n’è, e ringraziamo questo fatto, altrimenti saremmo già in Serie B da mo’. Di certo serve fare qualcosa, inutile ripetere “questi sono i nostri ragazzi”, come mantra (Bochy, nel pre-match). No Mister Coach Manager, questi sono i nostri ragazzi ma se i nostri ragazzi fanno schifo bisogna cambiarli, i nostri ragazzi. Williamson stanotte ha battuto il fuoricampo numero 6 (su 10 match, media .514), Pence sta battendo .189 e ha swingato e mancato una palla a 69 miglia orarie. C’è il dovere morale di non fare finta di non accorgersene, al di là di ciò che rappresenta Pence e al di là che una volta chiamato su, probabilmente Williamson farebbe pena pure lui. Non mi importa nulla. Intanto stiamo sprecando il suo periodo on fire.

Ma veniamo alla cronaca di questa gara 1. Ops, mi sa che tutto quello che c’era da dire s’è già detto. Via via, sciò, subito con le note, iniziando da quelle negative:

  • l’attacco: vorrò mica escluderne qualcuno? No, perché la prestazione è stata orrida sotto ogni punto di vista. Sì, nemmeno troppi strikeout (8, ma neanche pochissimi), sì, un paio di ottimi interventi difensivi loro (specie uno di Pollock su una battuta lunga di Posey), sì, un intelligente (ma voluto?) check-swing-quasi-bunt di Belt, sì, l’assenza di Longoria (fa quasi ridere), e grazie che ho trovato quattro attenuanti. In realtà facciamo ribrezzo, su tutti Jackson (3 K) e Pence (2) spiccano. In particolare quest’ultimo al momento gioca solo per il nome che porta dietro alla maglia. E poi un bel po’ di swingate su palle bassissime, addirittura rimbalzanti davanti al naso. Ma dai, non scherziamo.
  • Watson: non si può tenere una ERA immacolata forever. Forse è meglio concedere un punto quando sei in vantaggio 2-0, ma che ci vogliamo fare. Il suo inizio stagionale è stato molto positivo e questo è il suo primo passo falso.

Note positive:

  • Cueto: davvero non c’è altro, ma almeno la sua prestazione ci dà motivo di sperare di aver ritrovato a tutti gli effetti quell’ottimo pitcher che è sempre stato, ad eccezione del traballante 2017. Ovviamente servirà continuità, ma numeri come quelli messi su questa volta non si fanno se sei in declino inarrestabile. Resta così, Johnny Glamour, che magari un giorno l’attacco si dà una mossa.

È gia fortunatamente tempo di guardare oltre, ovvero a gara 2, nella quale Stratton sfiderà Ray. Match teoricamente alla portata, sono pertanto curioso di verificare in quale modo ci inventeremo di perdere. In fondo sappiamo anche essere stravaganti, oltre che dannatamente sexy, anche nelle sconfitte.

Giants at Padres gara 4 (1-10): una sconfitta tira l’altra

Posted in Resoconti on 16 aprile 2018 by Mat
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Credits: nbcbayarea.com

Solo tre giorni fa eravamo qui a rallegrarci per la vittoria di gara 1 senza subire punti e a pensare che questa serie ce la saremmo pappata in un sol boccone. “Però occhio al cetriolone”, ammonivo quasi scaramanticamente, pensando che comunque almeno almeno un’altra sulle restanti tre ce la saremmo portata a casa. Ma magari pure due. E invece povero illuso che sono. Bastonati a destra e a manca come la peggiore delle sparring partner. Incubi del 2017 che tornano (ma se n’erano mai andati?) e consapevolezza che la strada verso la resurrezione è ripida come un Mortirolo da affrontarsi col triciclo.

Siamo 6-9 dopo le prime 15, a vedere la classifica c’è una buona quantità di squadre messe decisamente peggio (Reds, Rays, Royals, Marlins, addirittura i Dodgers), ma dopo tre sconfitte filate contro una squadra tutto sommato modesta, il pessimismo inizia a prendere il sopravvento, sempre rimembrando quell’anno scorso in cui si è finito 64-98. Serve a qualcosa andare in panico a metà aprile? Probabilmente serve a rivedere il nostro medico curante per riferirgli dei nostri bruciori al fegato, ma a poco altro. In fin dei conti restando piuttosto obiettivi era difficile pensare di migliorare clamorosamente dopo la stagione scorsa, pur con delle aggiunte di peso al roster. Se queste aggiunte di peso incidono poco o nulla, o addirittura causano più danni che benefici, è difficile svoltare in meglio. Aggiungiamoci il pitching decimato ed eccoci qua a sacramentare tre giorni sì e uno no.

Eppure mi dicevo tra i fiduciosi ad inizio stagione; inizio stagione che però prevedeva la nostra rotazione di partenza senza defezioni. La situazione è presto cambiata, ma ciò che ha pesato di più è stato lo scarso apporto dei nuovi arrivati, inutile dire che questo è l’aspetto che almeno personalmente mi ha meno soddisfatto. Il pitching si è mantenuto su livelli accettabili (salvo sbroccate come in quest’ultima gara 4), l’attacco è rimasto sempre su livelli medio-bassi. A Sacramento si batte forte; vero che è un livello inferiore ma il “non stiamo pensando ad alcuna mossa” di coach Bochy prima di quest’ultima ripassata merita quantomeno una valutazione più approfondita. Pensateci sì invece a qualche mossa, perché di farci un’altra stagione a prendere le sberle da tutti non è troppo divertente.

Forse lo è un po’ per chi scrive su queste pagine, perché almeno ho la mia personale valvola di sfogo. Quattro insulti velati un po’ per tutti e sono a posto. Ma il popolo Giants non si merita una squadra di scarsoni senza ritegno. Vero che i tre titoli recenti ci hanno portato al climax per un tifoso, ma tra vincere un campionato e subire 100 sconfitte in una stagione esiste un’onorevole via di mezzo.

Comunque è valido il solito assunto: metti che vinciamo consecutivamente le prossime 2 e le parole di sopra avranno il valore di un vasetto di yogurt ammuffito. Nada. Si riparte, entusiasmo, punto di svolta, trallallerò trallallà e così via.

Non una, ma ben due gare da commentare, perché come anticipato (anche noi siamo prevedibili come i Giants) questo blog è e sarà la fiera dell’incostanza.

GIANTS AT PADRES GARA 3 (4-5): I NUOVI CI TRASCINANO ALLA VITT… ANZI, NO

Fino ad un certo punto di questo match, era la partita della svolta. Quella in cui si notava la differenza tra i Giants 2017 e quelli 2018. Altra storia, dicevano i più ottimisti. RBI decisivo di Jackson, home run del risorto Lazzaro Longoria, home run di McCutchen. Giants avanti 4-2 dopo lo 0-2 iniziale. Rinascita, riscossa, finalmente un bel sorriso a 32 denti.

Ma manco per sbaglio. Perché abbiamo la sindrome della sfiga addosso. E così nel 7° inning andiamo a mettere in campo Gearrin Scotti, fresco di compleanno, di auguri, di pacche sulle spalle. “Complimenti Cory, li porti benissimo i tuoi anni”, salvo poi girarsi e pensare “già, ma quanti caspita ne fa? 32? Con quella barba mi ricorda Pappalardo all’isola dei famosi”. Comunque tanti auguri a Cory, ed ecco che Hunter Renfroe (che, ammetto, mai avevo sentito nominare prima di questa serie) gli recapita il regalo di compleanno, da ritirarsi direttamente in tribuna. Auguri Cory, 5-4 Padres e buonanotte al secchio, alla faccia della svolta data dai nuovi.

Ma hey, il vero momento saliente è nell’8° inning, quando Longoria, carico a mille dopo il secondo fuoricampo di stagione, si inventa addirittura un doppio e cosa fa? Dabba come un perfetto bimbominkia in direzione dugout, come a dire “guardate un po’ ragazzi quanto son bravo”. Ora Longo, hai 32 anni, non è che sei esattamente un anzianotto ed è vero che l’età è più quella che ci si sente rispetto a quella che si ha effettivamente, ma ‘ste cose lasciale fare agli sbarbati, su. Sì, è un semplice cenno di festeggiamento coi compagni ma Longoria che fa la dab suona un po’ distorto, è come se andassi a ballare in discoteca e trovassi il papa a mettere i vinili.

Tutto questo per dire che il buon Longo può farsi tutte le dabbate che vuole se batte un fuoricampo e un doppio a partita, e chissenefrega del protocollo. Il punto è che la perdiamo, con Hand che ne affronta 4 nel finale e li manda tutti K. Complimentoni, attacco.

Note negative di gara 3:

  • Gearrin Scotti: parto proprio da lui, porello. Dopo le pacche sulle spalle, sono arrivati gli insulti che i compagni gli hanno rivolto sicuramente solo col pensiero, perché non è carino, era il suo compleanno. Immagino chi lo avrà incrociato dopo il match, combattuto tra il fargli gli auguri e dirgli di non preoccuparsi, che non era colpa sua. Già, ma non l’ho lanciata io a Renfroe.
  • Holland: il primo inning è sempre un parto gemellare per lui. Due punti, il secondo grazie ad un home run di Villanueva annunciato praticamente prima dallo speaker, talmente era evidente che l’avrebbe fatto. Di fatto lascia la contesa con la squadra in vantaggio, ma con meno di 5 inning completi e una fatica bestiale ad uscire dalle situazioni. Troppo poco, ma il valore attuale è questo, c’è poco da spremere.
  • Posey: per una volta metto anche il buon Buster, anche se non lo meriterebbe mai. Va 0 su 4, poi si scopre che ha qualche problemino ad un pollice (salterà gara 4). Abbiamo bisogno di lui come dell’ossigeno.

Note positive:

  • Longoria: evviva, evviva, alleluia, alleluia. Il primo at-bat è da schiaffoni, poi homerizza e nel finale doppio con dab. Si è svegliato? Non diciamolo troppo forte. Dabba per noi magico Longo (ecco il coro per chi vuol salire sul suo carro).
  • Watson: concede un singolo, poi un bunt riempie le basi con nessun out, ma lui che fa? Strikeout, strikeout, lineout (anche un po’ fortunello). Finora ottimo lavoro, non basta per vincere, ma lui mica può fare altro.

GARA 4

Ma eccoci carichi per questa gara 4 che si preannuncia di una fatica madornale, avendo un Beede in pieno rodaggio e dall’altra parte un rookie che finora ha convinto come Joey Lucchesi. Niente Posey per noi, con Hundley cleanup, sì, Hundley cleanup, questi sono i Giants 2018. E dove vogliamo andare se non a farci friggere? Peraltro Hundley andrà a battere due valide, una delle quali è utile per la sacfly di Belt che illusoriamente ci manda a condurre nel 2° inning. Vuoi vedere che facciamo un buon match e magari lo vinciamo pure? Certo, accomodati pure che è ora di prendere le medicine.

Ma dunque, Beede? Mi sbilancio, che tanto le mie parole valgono poco e mal che vada mi sbaglio, come è successo mille altre volte. Beede secondo me è un NO, al di là che ha 24 anni, che deve ancora crescere, che ha margini di miglioramento, che ha 4 buoni lanci, che lancia fastball veloci. Secondo me è no perché innanzitutto fa una fatica enorme a controllare i lanci e a mandarli nell’area di strike. Pur facendo meglio della prima uscita sono arrivati comunque 3 walk. Secondo perché difetta anche nel comando, ovvero dove mandarli questi lanci. Bastava vedere la posizione del guanto di Hundley prima dei lanci: molto spesso la direzione era ben diversa da quella preannunciata. E aggiungiamo che ogni tot lanci ne sballa completamente uno. Ok, si può migliorare, ma secondo me certi difetti è molto difficile levarseli, ragion per cui non vedo questo ragazzo come uno su cui potremo fare molto affidamento per il futuro. Sbaglierò eh, l’ho già detto. Forse pure di Bumgarner avevo detto “non diventerà mai un fenomeno”, per cui figuriamoci.

Ad ogni modo a fine match è stato rimandato a Sacramento dove continuerà il processo di crescita, dato che Cueto tornerà per la prossima e Pennellone Samardzija sembra pronto per la serie del weekend contro gli Angels. Dovrà portarsi uno scudo d’acciaio però, dato che gli Angels battono come disperati e lui nella prima uscita a San Jose ha concesso 6 punti tra cui un grande-slam, due walk e magari pure ha fatto il caffè ai battitori avversari, tutto solo nel primo inning. Quindi oltre ad essere scarso di suo è pure completamente fuori condizione e invece di palle di cuoio lancia dei cioccolatini. Le premesse per accanirsi su Pennellone ci sono tutte, quindi.

Tornando a questa gara 4, le sconfitte sono come le ciliegie, una tira l’altra, con la differenza che le ciliegie sono buone mentre in questo caso avevano un retrogusto di aglio. Dopo l’illusione dell’iniziale 0-1, i Padres si scatenano battendo di tutto. Beede incassa doppi a ripetizione, i rilievi mandati da Bochy incassano l’impossibile e il match se ne va, con l’attacco che batte 7 misere validine e che sembra un passerotto nei confronti di un alligatore. L’alligatore in questo caso si chiama Padres e a ben vedersi è un alligatore malato, senza denti e col raffreddore, ma è più che sufficiente per sbranarsi il passerotto.

Ho finito finalmente con le metafore e passo alle note del match, iniziando da quelle negative:

  • Beede: già detto tutto, non mi accanisco oltre. Andiamo coi numeri, 3.2 inning, 6 valide, 5 punti, 3 walk e 6 K, unico dato positivo. Vediamo se a Sacramento cresce un po’.
  • Osich: Mister ERA 0.00 in spring training ci tiene alla coerenza di far piangere in regular season. Tre hit tra cui un fuoricampo e un walk, in 1.2 inning. Uno di quelli che in un mondo perfetto non faresti salire sul monte nemmeno al nono inning con la tua squadra avanti 35-0 contro avversari mutilati.
  • Law: and disorder. Tre punti (due suoi) e tre walk in poco più di 1 inning. Bochy lo butta dentro a partita già andata, ma più che buttarlo dentro andrebbe buttato nell’umido.
  • McCutchen: sveglia, ragazzo, che è primavera. Non basta vivere di rendita per due partite vinte, bisogna battere, qui è così che funziona. Lo so, la vita è ingiusta.

Note positive:

  • Longoria: singolo e doppio, due partite di fila con produzione, ci credete che ha una media battuta migliore di McCutchen, Hundley e Pence? Questo non per meriti suoi, bensì perché pure gli altri fanno schifo, ma intanto questo speriamo sia l’inizio di un vero contributo alla causa. Con dab o senza.
  • Hundley: clean-up, fa già ridere così. Ma due valide, in modo da giustificare la scelta di Bochy. Siamo messi male.

Una notizia: oggi non perderemo. Infatti ci si riposa e si vola nel deserto di Phoenix per affrontare i D’Backs, che ne hanno recentemente vinte due su tre contro LA e che veleggiano tranquilli in testa. Almeno ci andiamo con la parte migliore dei nostri partenti sopravvissuti, ovvero Cueto (vs. Corbin), Stratton (vs. Ray) e Blach (vs. Greinke). Certi che pagheremo anche stavolta il canone Goldschmidt, cerchiamo di non uscirne con le ossa rotte, che ci hanno menato già abbastanza.

Ma nella buona e nella cattiva sorte, il nostro supporto non mancherà neanche stavolta.

Giants at Padres gara 2 (1-5): pronto? non RISP nessuno

Posted in Resoconti on 14 aprile 2018 by Mat
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Credits: chatsports.com

Ci tocca commentare un’altra sconfitta? Ma ci tocca proprio? Verrebbe voglia di aggiornare il blog solo in caso di vittoria, sarebbe un happy-blog. Ma no, qui abbiamo oneri ed onori e, anche se lo si fa senza scopo di lucro e solo per divertirsi un po’, è innegabile che preferisca cimentarmi a buttare giù qualche considerazione quando il morale è positivo. Inoltre quando si perde si rischia di scrivere male parole perdendo il senso dell’equilibrio.

Però insomma, s’è perso, poco da girarci attorno. S’è perso e più o meno sempre nel medesimo modo in cui perdiamo. Battiamo un numero anche buono di valide (10 noi, 8 loro), lanciamo in maniera non completamente disastrosa e soprattutto non capitalizziamo mai, o quasi mai, le occasioni che creiamo. Il famoso RISP, Runners In Scoring Position è il dato che non riusciamo a farci piacere. Siamo 29esimi su 30 squadre in MLB come media battuta con RISP, un dato che peraltro ogni santo anno salta fuori e pare che riguardi solo noi. Non so dare spiegazioni. Sfortuna? Emozione? Mancanza di clutchness? Ordine sbagliato del lineup? Semplice svolgimento naturale delle cose? Non. Lo. So.

Certo, per noi tifosi belli tranquilli da divano che ci mangiamo patatine, fruttini e beviamo la Sprite non è un grosso problema trovare la ragione a questo deficit, perché non ci pagano per farlo. Ma in società bisogna pur analizzare la situazione, che come detto si protrae da ben prima di questo scampolo di stagione. S’era pensato di provvedere acquisendo calibri del lignaggio di Jackson, McCutchen e Longoria. Ma il primo è ai box e comunque non sta giocando un granché, il secondo ha combinato qualcosa di buono (anche molto buono) ma viaggia ad una media battuta di .204, mentre il terzo, beh… non voglio sparare sulle croce rossa. Pertanto la situazione è sempre quella, si segna poco, si fa fatica a farlo, si batte in maniera non produttiva. Chiaro che se vinciamo la prossima 22 a 7 tutti questi discorsi cadranno, com’è da prassi baseballistica, ma il concetto di fondo resta.

Per ciò che concerne il pitching c’è invece da dire che le lamentele possono essere tutto sommato soft, ancora ad oggi. Blach ha lanciato 4 inning molto buoni, nel 5° si è un po’ complicato la vita e un errore di Belt gliel’ha complicata ulteriormente, nel 6° ha dato segni di esaurimento carburante ed è stato cambiato, dopo 4 punti in totale subiti, tre per sua responsabilità. Forse se non avesse tutta questa fretta di correre dal monte al dugout quando termina l’inning potrebbe risparmiare un po’ di energie. Ad ogni modo, non è su Blach che va puntato il dito accusatorio di questa L.

Una rapida cronaca: nei primi 4 inning succede ben poco, noi battiamo un singolo per ciascuno dei primi due, mentre nel terzo un hit by pitch e un walk ne mettono in base due. Ma ecco che non approfittiamo dei primi RISP, con McCutchen e Posey che vanno out. Blach sui primi 4 ne mette in base solo uno con una base ball, per il resto va alla grande.

Nel 5° la partita si sveglia dal punto di vista dei battitori: due singoli per noi, ma un altro spreco con RISP (McCutch). Loro invece non sprecano: prima due singoli, il primo dei quali è una groundball che Longoria non raccoglie a mano nuda, poi sulla palla di Asuaje, Belt si concentra sul doppio gioco e per accelerare la giocata si fa scappare la palla. Morale, Asuaje si tuffa salvo in prima, seppur dopo review (evidente). A basi piene e 1 out è il pitcher Ross a dare il primo punto ai fraticelli, poi Belt si redime parzialmente con un out a casa ma Pirela castiga il nostro partente con la valida del 2-0.

Nel 6° i Padres raddoppiano e stavolta Blach va in netta difficoltà: doppio lungo di Renfroe, bloop fortunoso di Villanueva per il 3-0, vincente di Pirela per il 4-0. Bochy chiama fuori Blach (81 lanci) e fa fare tutto l’inning a Johnson, che si comporta bene.

Il nostro miglior inning è il 7°, ma diventerà più un rimpianto che altro. Blanco batte valido, poi il Pandone batte per un doppio gioco assicurato ma Galvis pasticcia e dà tutti salvi; Panik fa la sua validona e accorciamo sull’1-4, con ancora nessun out e due in base. Altra fiera del RISP, con K su Belt e delittuoso double-play su Mc(non)Clutch.

Dyson sul monte per la bassa del 7°: primo battitore (Cordero) e palla in tribuna oltre l’outfield, 5-1. Poi si fa tutti i due inning finali, non concedendo altre valide (ma un HBP), ma il danno anche stavolta c’è. Noi chiudiamo la festa invece con il doppio gioco in cui cade Panik, dopo i singoli di Blanco e Tomlinson. Non è serata, se non si fosse capito.

Note negative del match:

  • McCutchen: 0 su 4 con 7 lasciati in base, altro che McClutch d’Egitto. Se qualche dividendo per il suo acquisto era stato pagato qualche giorno addietro, ora è arrivata la raccomandata che che ci comunica la sovrattassa sugli incassi ottenuti. Tutto sto giro metaforico per dire che la sua partita si può definire offensivamente disastrosa. Offensivamente in entrambi i significati.
  • Longoria: mamma mia che zavorra. Zero su 4, tre strikeouts, un errore difensivo, un altro semi-errore. Utile come un cubo di Rubik per affrontare l’arrampicata sul Nanga Parbat. Ad oggi uno sfacelo su tutta la linea. Ma non temete, toccato il fondo non è detto che non si scavi.
  • Pence: come Longoria, con un errore difensivo in meno. Ma swinga dei ball enormi. Occhio, che a Sacramento c’è chi ti vuol fare le scarpe, e a ben donde.
  • Dyson: dopo l’home run di ordinanza, se la cava, ma c’è pur sempre l’home run. Con l’arrivo di Will Smith, potrebbe avere molto meno spazio, se non essere tagliato. Non ci siamo lontani.

Note positive:

  • Crawford: tre singoli che per quanto fini a se stessi contribuiscono a tirar su un po’ le sue medie e farlo giocare tranquillo per le prossime 5 o 6 partite nelle quali le medie scenderanno e poi batterà tre singoli fini a se stessi che contribuiranno a tirar su un po’ le sue medie e farlo giocare tranquillo per le prossime 5 o 6 partite nelle quali….
  • Johnson: con quella faccia e quegli occhiali lì sembra sia appena uscito dall’ufficio per venire a giocare a baseball e ogni volta ti chiedi “ma che ci fa sto qua in campo?”. Però il suo continua a farlo nel modo giusto e senza danni. Al momento nulla da rimproverargli.

In arrivo gara 3 con sfida tra mancini, Holland e Richard. Teoricamente alla portata (ma s’è visto pure questa), anche se dipenderà da come si alzerà al mattino Holland, che pur avendo fatto bene nelle prime due, dà sempre l’affidabilità di un bond argentino. Per cui stiamo all’erta.

Stanotte inoltre tornerà sul monte Pennellone con i Giants, ma non i nostri di San Francisco, bensì quelli di San Jose. Pennellone, ribattezzato the shark, lo squalo (per noi sembra sempre una triglia, ma vabbè), gioca nella città degli Sharks, dell’hockey. Ecco, dopo aver giocato a football americano e a baseball, non sarebbe male fargli provare l’hockey. Chissà che non vada meglio. Forza Pennellone che ti aspettiamo! (per dirtene quattro).

Ma soprattutto forza noi per gara 3.

 

Giants at Padres gara 1 (7-0): Stratton fa il Bumgarner, è shutout

Posted in Resoconti on 13 aprile 2018 by Mat
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Credits: nbcsports.com

Che c’è di meglio di una netta vittoria in shutout? Forse una vittoria in walk-off, ma siamo in trasferta, pertanto ci prendiamo felicemente questa soluzione. Una vittoria netta, per nulla sofferta, anzi, quasi in pantofole, con un pitching dominante e un attacco che magari non definirei scintillante, ma sicuramente efficace al punto giusto. Per una gara 1 di un pigro giovedì notturno contro i Padres francamente non avremmo potuto chiedere di più.

E diamo a Stratton quello che è suo. Sempre un po’ bistrattato dal sottoscritto, poco considerato, ma capace in questi primi scampoli di 2018 baseballistico di offrire prestazioni di buon livello. Certo, siamo a tre uscite, è ancora poco, ma con le prime due positive e quest’ultima molto positiva, c’è ragione di pensare che si abbia trovato un lanciatore di una certa affidabilità. Da qui ad elevarlo a salvatore della patria ce ne passa, ma se teniamo conto che fu la prima scelta del lontano 2012, che nello stesso anno andò in ospedale per una pallata sul cranio, che pareva ormai disperso nelle minors e che un lungo processo di crescita lo ha portato ad essere in pianta stabile in MLB “solo” a 26-27 anni, direi che ce lo possiamo godere e pensare possa fare bene per un po’ di tempo.

Serie lunga contro San Diego dunque, sulla carta alla nostra portata visto il livello tutto sommato modesto degli avversari (a proposito, anche se non riesco a seguire moltissimo la lega al di fuori dei Giants, mi pare di notare che quest’anno più degli altri anni vi sia un numero importante di squadre materasso). Loro con un pitcher così così, Mitchell, annunciato con problemi di controllo (e infatti) e noi con il lineup titolare con l’eccezione dell’acciacato Jackson, sostituito da Blanco. Il match è stato piuttosto privo di cose succulenti da raccontare, così sia la cronaca che il commento ne escono piuttosto noiosetti. Ma è un test per verificare se seguite fedelmente il blog pure in questi casi e inoltre di che ci lamentiamo? Abbiamo vinto, meglio non chiedere la luna.

Pronti via e Mitchell non ci delude: subito walk a Panik. Un altro a Posey permette di riempire le basi con 1 out, visto che prima McCutchen aveva battuto un singolo e prima ancora Belt era andato flyout. Tocca a Longoria presentarsi all’appuntamento con il grande-slam annunciato e per pochissimo il nostro Evan non riesce nell’intento. Infatti batte un’orrenda rimbalzante che gli permette di arrivare salvo in prima per poco, evitando il doppio gioco e quindi l’immediata crocifissione. Nulla di cui stupirsi, ma intanto siamo 1-0. Chiedo perdono agli eventuali Longoriers che leggono il blog, ma non riesco a farmelo piacere manco quando batte valido, figuriamoci quando per grazia ricevuta non casca in un double play.

Dopo il punto sfangato, ne entrano due puliti grazie a Pence, che batte un singolo e permette le marcature di Longoria stesso e di Crawford, che si era guadagnato un walk. 3-0 al 1° inning.

Dall’altra parte Stratton comincia e finirà senza guai, rischiando qualcosa solo nel 5°, quando concede due walk consecutivi con 1 out, ed è costretto a non sbagliare i lanci successivi. Si risolve tutto con un flyout e con un groundout, mentre l’unica hit concessa nella sua partita (e battuta dai Padres comprendendo tutto il match) arriva nel 3° quando entra il pitcher Richard (partente della futura gara 3) da pinch-hitter al posto di Mitchell. Nient’altro da segnalare, con i padroni di casa che al piatto fanno il solletico ai nostri, non avendo peraltro grossi calibri con cui far male ad eccezione di Hosmer. Ma aspettiamo la fine della serie per dire che sono degli scarsoni assoluti, visto che il cetriolo è sempre in agguato.

Per noi nel 3° inning arriva addirittura una valida di Longoria (arriverà ben a 2 totali), ma un pasticcio di Blanco col bunt unito ad un’ottima agilità del loro catcher annulla tutto. È nel 6° che seppelliamo la partita: per loro lancia Brewer, che sicuramente si troverebbe meglio a Milwaukee. Infatti è con lui che i locali capitolano, sebbene abbia colpe relative. Si parte con Pence che arriva salvo in prima solo dopo review, poi tra walk (Blanco), bunt sbagliato (Stratton), singolo (Panik) e pop out (Belt), l’occasione capita a McCutchen. La sua battuta è tutto sommato innocua ma il 3B Villanueva tira rimbalzante e fuori asse. La palla se ne va e ne entrano 2. Come nel 1° inning, dopo i punti sporchi entrano quelli puliti; ci pensa infatti Posey a battere valida una grounder vicino alla terza base che consente altre due segnature. 7-0, palla al centro e praticamente fischio finale.

Stratton infatti veleggia sicuro per altri due inning (chiuderà a 101 lanci), poi passerà il testimone a Derek Law, alla prima apparizione del 2018. Facile e senza pasticci il suo compito. L’attacco invece si limita a doppio e singolo di Blanco, che così si redime dal bunt sbagliato, ma non accade altro. Meglio star tranquilli in vista delle prossime sfide.

Note positive del match:

  • Stratton: come detto all’inizio, gli elogi per lui sono davvero meritati. Prestazione alla Bumgarner, l’attacco dei locali non la vede praticamente mai. Tre walk sporcano un minimo la sua prestazione e gli alzano il pitch-count in modo tale da non fargli chiudere il match, ma sono dettagli. Un’ottima sorpresa, ma forse neanche più di tanto, di questo inizio stagione.
  • Law: anche lui ha il suo soprannome esclusivo di Sfgiantsitalia, è ovviamente Law and order, ma solo quando svolge il suo lavoro senza problemi. Richiamato su da Sacramento (giù il partente di ieri Suarez, visto che Cueto pare recuperi), lancia in una situazione psicologica ideale e non mette nessuno in base. Tutto facile, pagnotta portata a casa, ma non è sempre così all’acqua di rose.
  • Pence: metto l’Hunterone nazionale visto il singolo con cui nel primo inning ci porta due punti, anche se in realtà il suo tabellino recita pure 2 strikeout e 5 lasciati in base. Ma del lineup non c’è qualcuno che spicca particolarmente, così vado a premiare il momento iniziale e forse immediatamente decisivo.

Note negative:

  • il bunt: due su tre falliti, uno da Blanco e uno da Stratton. Il primo si risolve in una grande giocata di Hedges, catcher dei Padres, che completa addirittura il doppio gioco. Ma parte tutto dalla giocata mal riuscita di Gregor. Il secondo è un foul con due strike. Non che sia un colpo facilissimo il bunt, ma a questi livelli sbagliare è piuttosto grave.
  • Belt: come non c’è nessuno che spicchi particolarmente in positivo (nota peraltro piacevole, vittoria del collettivo) non c’è pure nessuno che spicca in negativo. Lui però è l’unico dei titolari, Stratton a parte, che non batte valido. Si guadagna però due walk, che non fa mai male.

Ebbene, gara 1 è alle spalle e siamo tornati in linea col 50%, a quota 6-6. Una classifica ancora da guardare con fiducia ed ottimismo in attesa che rientrino i tre starter titolari, pur con tempistiche diverse visto che Cueto dovrebbe essere già ok per la prossima, Pennellone tra un paio di settimane al massimo e Bumgarner a giugno. Ma finché la classifica regge, restiamo fiduciosi e pronti a mettere fieno in cascina pure per la seconda, con Blach opposto a Ross. Tyson Ross, anni 30, ha disputato un brutto 2017 ma nelle prime due uscite di quest’anno si è comportato in maniera tutto sommato onesta. Pertanto l’impressione è che non sarà ancora un facile 7-0.

Intanto restiamo pronti a salutare il rientro del principe Will Smith, finalmente impegnato nel primo match agonistico nelle file di San Jose. Un solo inning per lui come inizio, con 2 hit e un punto concessi. Il rehab serve pure a questo. Tra non molto, se tutto procede, lo vedremo finalmente a San Francisco (salterà Dyson?) e vedremo se potrà darci una mano. Avremmo buone notizie pure per Melancon, che si sottoporrà ad un processo che nonhocapitobenecosè per darsi una sistemata al braccio e non dovrebbe star fuori ancora per moltissimo (due settimane? Tre? Quattro?). Come vedete qui ci piace essere strettamente tecnici, divulgativi e soprattutto molto precisi. A dire il vero Melancon avrebbe bisogno di un braccio nuovo, ma forse non hanno il coraggio di dirglielo.

Ma noi ora sotto con gara 2.

Giants vs. D’backs gara 3 (3-7): la tassa Goldschmidt e la legge di Murphy

Posted in Resoconti on 12 aprile 2018 by Mat
SAN FRANCISCO GIANTS VS ARIZONA DIAMONDBACKS

Credits: mercurynews.com

Vita dura quella di noi tifosi Giants. Certo, c’è chi sta peggio, specie se allarghiamo gli orizzonti temporali, ma ultimamente non si fa a tempo a godere di una vittoria che subito incappiamo in una sconfitta, e nel contempo annaspiamo nel disperato tentativo di non annegare nei fanghi di quella che è stata la scorsa stagione. Questo anche perché bisogna fare i conti con l’epidemia ammazza-pitchers, che ne ha stesi più del vaiolo nel Medioevo. Ma a ben vedere, questa sconfitta è molto più figlia di un attacco stitico, piuttosto che di un monte fallace.

Certo, sette punti incassati non sono pochi, ma quando hai un attacco che tolto Posey è così inefficace, passano anche le speranze di recuperare partite che si mettono male. Se andiamo a vedere la classifica dei punti segnati, notiamo che siamo il secondo peggior attacco dei 30 team della lega, con 33 run realizzate (solo i Royals ne hanno fatti di meno, 31). I primi, quegli Angels che incontreremo tra pochi giorni, ne hanno segnati 87, ovvero più di cinquanta marcature in più. Terribile. Il dato delle run subite ci vede invece ad un onesto ottavo posto tra le difese meno battute, il che evidenzia come ad oggi i problemi non siano stati eccessivi per quel tanto bistrattato reparto lanciatori.

Eppure ieri abbiamo faticato pure sul monte, giusto per fare il lavoro nella sua completezza. Non posso però prendermela con il buon Andy Suarez, alla sua prima uscita in MLB, che per 10 battitori è risultato addirittura perfetto e con un’ottima capacità di controllo dei lanci. Pochissimi ball, forse pure troppo pochi come ha detto lui stesso (appena 21 su 83 lanci), una discreta varietà di soluzioni e la consapevolezza che lavorandoci su potrebbe fare ancora meglio. Non so se fosse la timidezza, o il fatto di vederci poco, sta di fatto che prima di lanciare assume quell’espressione come dire “fammi mettere bene a fuoco, che non vedo che segnali mi sta mandando il catcher”. Più probabilmente è una sua tipica espressione (anche perché se ci vedesse poco saremmo alla follia) visto che nella fase in cui è stato mandato al piatto e poi si è trovato a correre tra le basi (dopo approfondisco questa situazione parzialmente comica), ha replicato questo atteggiamento un po’ spaesato.

Il suo problema è arrivato dopo quei 10 battitori fatti fuori. Ha concesso dapprima un singolo, e fin qui tutto normale, prima che si ripresentasse Goldschmidt al piatto, con quella faccia da esattore delle tasse. La mano tremenda del fisco si è abbattuta ancora una volta in casa Giants ed è giunto il 2-run home run. A questo punto proporrei una petizione per portare Goldy in maglia Giants il prima possibile, onde evitare che continui a causarci così tanti danni (dico solo che è in scadenza a fine anno, ma con opzione per il prossimo).

Al netto dei 2 punti concessi (e di quelli successivi) Suarez ha comunque disputato una buona gara, migliore di quella del suo collega di debutto Beede del giorno prima. Nessun walk e 7 strikeout messi a segno, in 5 inning e spicci, prima che Bochy lo tirasse giù per mettere in campo Dyson, grandissima garanzia di affidabilità (come no).

Ma vediamo come ci siamo invece comportati noi al piatto in questi primi inning: nei primi due un pianto greco, ovvero il nulla totale, ma ecco che nel terzo finalmente ne mettiamo uno in base, con Pence che si piglia il walk. Eccoci dunque con Suarez al primo at-bat della sua vita nelle big leagues. Mostra il bunt come a dire “non fatemi male” e il terza base di Arizona effettua l’eliminazione in seconda, lasciando quindi Suarez salvo in prima e libero di correre. Jackson batte un pop al di là dell’infield di non difficilissima lettura, ma la palla cade e Suarez si trova a correre dalla prima alla terza fermandosi lì. Il punto è che dalla battuta di Jackson al recupero della palla dei difensori D’backs passa un’eternità e il nostro povero pitcher, quasi stupito che in Major League accadano cose simili, corre come un motociclista ubriaco e non va a segnare. Nulla contro i motociclisti (sobri) ovviamente, ma la sua andatura tra le basi ricordava proprio quella di un centauro appesantito dalla tuta rigida e da qualche spritz di troppo. Per non parlare di quel casco che pareva gli coprisse tutta la testa. Vabbè Andy, la prossima volta al piatto cerchiamo di farla andare diversamente, okay?

Nulla di fatto dunque, così come nulla di fatto per noi nel 4° dopo lo 0-2. Singolo di Posey, doppio di Longoria con campane a festa per tutta la città e due possibilità al piatto per segnare (visto che c’era un out). Hundley non la vede manco per sbaglio, Pence viene fatto passeggiare in prima e Crawford va K swinging.

Nel 5° Murphy punisce Suarez con il fuoricampo del 3-0, ma noi la pareggiamo. Un walk su Jackson seguito dalla valida di Panik consentono ad un appannato McCutch (non è sempre domenica) di realizzare l’RBI groundout del 3-1. Poi Posey boom, chi se non lui, e lo stadio esplode per il 3-3. Già, lo stadio esplode, per i pochi che ci sono, intendo. Ufficializzati 35 mila presenti, di fatto nuovo record negativo dal 2010, ma sostanzialmente se sono 10 mila sono tanti. Poi non capirò mai questa farsa delle presenze gonfiate (centra qualcosa coi biglietti venduti, ma non mi interessa granché) ma tant’è. Siamo sempre di meno (ma tranquilli, sulla relocation a Las Vegas scherzavo, nella lega abbiamo dozzine di squadre con pubblico meno fedele).

Sul 3-3 inizia un’altra partita, solo sulla carta però, perché i D’backs riprendono a macinare punti e il nostro pareggio dura quanto uno starnuto. Nel 6° il doppio di Marte ci rispedisce sulla Terra (questa era evitabile, come tante altre) e Bochy decide di giocarsi la carta Dyson, probabilmente pensando “finora quando ha giocato ha fatto schifo, per la legge dei grandi numeri stavolta andrà bene”. Ehm, coach, non funziona proprio così, perché Dyson è un uomo coerente e ci tiene a fare schifo sempre, per cui ecco un altro appuntamento con la tassa Goldschmidt che a questo punto diventa cara come una terza casa a Portofino ed arriva il doppio del 4-3, ad un passo dal fuoricampo.

Nella ripresa successiva si resta con Dyson e il leitmotiv non cambia: i battitori D’backs vedono arrivare i suoi lanci come se stesse loro arrivando addosso un pallone aerostatico, impossibile non colpirlo. Ancora la legge di Murphy, visto che è lui a battere la palla del 5-3, poi doppio di Descalso per il 6-3. Fuori Dyson per Osich, ma la musica non cambia di molto: singolo di Marte per il 7-3 e match che sembra ormai aver preso la definitiva strada arizoniana.

Negli ultimi tre inning noi non combiniamo niente, salvo nel 7° quando il Panda batte un singolo vanificato dal doppio gioco su Blanco. Ottavo e nono sono un inutile perdita di tempo e di sonno per chi sceglie di sacrificare il proprio riposo. Osich lancia un perfetto 8° (ah beh), e Johnson un quasi perfetto 9°. I nostri battitori sono invece già in doccia.

Note negative del match:

  • Dyson: NCS, Non Ci Siamo. La sua ERA decolla come uno shuttle nell’iperspazio oltre gli 8, pare chiaro che quest’anno stia ripetendo i fasti del suo 2016 ai Rangers, ovvero un completo sfacelo. Se il bullpen finora si è comportato complessivamente bene, lui è l’anello più debole, quello che ci ricorda che non è che siamo ‘sta gran corazzata. Ancora un paio di chance al massimo, se vanno male stop, fine della storia.
  • Crawford: 4 at-bat, tre strikeout, 4 lasciati in base, un’occasione sciupata a basi piene, media di .216. L’intoccabile Crawford è in lotta continua con le sue medie, quasi come un iperteso coi suoi valori di pressione. In questo caso però la pressione va alzata, prima che scatti l’allarme rosso.
  • Hundley: altro 0 su 4 con media di .071, il prefisso di Ancona, per gli amanti delle cretinate. Vero che la media è inificiata dai pochi at-bat, ma se il risultato è questo, i pochi at-bat sono pure troppi. Urge sveglia.

Note positive:

  • Suarez: concedere due fuoricampo e 4 punti totali in meno di 6 inning forse non è una cosa positivissima, ma ribadisco il buon giudizio complessivo. Non siamo assolutamente di fronte ad un futuro campione (l’età poi dice 25), però almeno pare centrato, in controllo, senza strafare. In attesa del rientro (vicino) di Pennellone potrebbe fare lui il quinto, vediamo cosa sceglie Bochy. Sulle basi è da rivedere, anche se non è il suo lavoro principale.
  • Posey: che lo dico a fare, sempre lui, magnificamente, meravigliosamente, per dirla alla Marianella. Strano che non abbia ancora sbroccato piantando tutti e dicendo “per una volta risolvetevela voi”. Purtroppo è solo uno, ma è il primo in lista clonazioni.

Si lascia San Francisco e si vola nella più calda, meteorologicamente, San Diego, per affrontare i Padres. Quattro partite in programma di cui la prima stanotte, con Stratton che torna sul monte per affrontare Bryan Mitchell, 26enne ex Yankees con ERA generalmente non eccezionale e con qualche difettuccio di controllo nelle prime due uscite. Aggiungiamo che loro non sono sti fenomeni ed ecco pronta la ricetta per una nostra sconfitta pesante… no, dai, si può vincerla, sempre ricordandoci che solitamente da quelle parti facciamo una fatica bestiale.

Ma spingiamoci oltre: gara 2 nella notte tra venerdì e sabato vedrà Blach affrontare Tyson Ross, gara 3 nella notturna del sabato vedrà opposti Holland e Clayton Richard, mentre gara 4 alle 22.10 della domenica avrà lo scontro tra rookie, ovvero Beede e Joey Lucchesi, promessa 24 enne che ha iniziato da poco, e bene, la sua avventura in MLB. L’obiettivo? Vincerne tre. La realtà? Lo scopriremo.

Ma chiudiamo con le buone notizie parlando del triplo A di Sacramento: i ragazzi viaggiano come treni, ieri si è vinto 18-4 con 19 valide. Mac Williamson sta battendo come un matto, media di .500 con già 3 fuoricampo all’attivo. Se continua così salirà di sicuro (a spese di? Blanco?). Ma occhio anche a Chris Shaw, ieri autore di 5 valide tra cui un fuoricampo. E al mio pupillo Slater, ad ora con una media di .389. Quanto a outfielder i ricambi sulla carta abbondano e non dimentichiamo che ci servono punti in quelle benedette mazze.

Insomma, siamo a 5-6 dopo 11 match e con una situazione emergenziale, tutto sommato ce la facciamo piacere. Qualcosa di più potremo dire dopo queste 4 partite a San Diego. Forza, disgraziati!